Quando ero piccola, disegnavo prima ancora di camminare.
Qualsiasi cosa accadesse, col tempo, imparai a prendere la penna e a disegnare tutto quel che era successo.
Intere giornate tradotte in modo incompresibile per il resto del mondo sulla carta.
I miei mi vietarono di studiare arte. Perché ” dopo che fai? muori sotto ai ponti”.
Oggi, dopo 23 anni di girovagare
Dopo 23 anni che studio materie obsolete
Che faccio scorrere il palmo della mia mano sulle pareti e sui vetri dell’università
Non riesco a non disegnare. Non riesco a non scrivere.
Mi dicono che quel che disegno è imperfetto ed inespressivo.
Mi dicono che quello che scrivo è pesante e noioso.
Da bambina mi interessava sapere cosa pensava il mondo dei miei disegni.
Il mondo mi rideva in faccia.
Ho sbagliato da bambina. Ero troppo piccola per un contatto con il pubblico.
Si sa, il pubblico è un Golem di merda.
Non so dove andrò. Quel che faccio non è il mio cammino.
Ma sinceramente, adesso, non ho idea di dove andare,
e m’interrogo spesso se ci sia davvero un cammino o meno.
Perché noi non siamo l’élite.
Noi non siamo i figli dei ricchi. I prepagati che già hanno occupato il nostro futuro.
Eppure siamo noi, la realtà, siamo noi.
Siamo la realtà, il progresso, il giudizio
Noi, le voci da sottoterra,
le voci dei bassifondi.
Noi il futuro.
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