
Lo conosco ormai da un anno e mezzo. Ha forse sessant’anni, portati male. Di denti forse gliene sono rimasti tre. La sua voce è gracile, e la sua schiena ricurva. Gli occhi piegati all’ingiù sono marroni, quasi senza luce. La prima volta che ha insistito pulendomi il vetro, ero quasi scesa dalla macchina perché non volevo si sforzasse.
Tre mesi fa, mentre stavo correndo lungo il parco, lo vedo alla fermata dell’autobus, intento a leggere. Mi fermo per salutarlo, ma non mi riconosce. Gli dico chi sono, ovvero una delle tante persone a cui chiede di lavare il vetro solo ed esclusivamente negli orari notturni, in quelle giornate fredde ed invernali… al semaforo davanti casa. Mi sembrava contento che qualcuno lo avesse fermato. Sorrido… lui mi dice che si ricorda di me. Volevo chiedergli assolutamente cosa stesse leggendo. Mi sembrava un testo teologico. Per via delle sinossi, ma non riesco a capire quale. Non glielo domando.
Mi dico che sono una tipa strana. Sono una timida. Di norma scappo.
Mi torna in mente il mio modo di vestirmi, sempre largo e scompigliato, per non dare nell’occhio.
Mi torna in mente quando mi fasciavo il busto a scuola, così i ragazzi convinti che fossi piatta, non mi avrebbero rotto le scatole.
Mi tornano alla mente gli anni di scherma. L’allenamento massiccio. La maschera. I capelli corti. La sindrome di Lady Oscar la chiamavo io. Ma crescendo i fianchi si allargavano. E la fasciatura iniziava a darmi fastidio.
Mi torna alla mente che in tutta la mia vita, ho messo una gonna solo tre volte.
E i tacchi quattro. Quando metto una gonna, mi guardano tutti le gambe. E quando mi metto i tacchi, sono più alta della maggioranza femminile. Dò nell’occhio appena faccio qualcosa di “normale”. Ecco perché vivo in pigiama.
Nonostante tutte queste turbe psichiatriche, mi ero fermata a parlare con uno sconosciuto come se fosse una vecchia conoscenza. Quando sono sola, con la testa altrove, e vedo uno sconosciuto dal volto contrito mi fermo a parlarci. Non riesco ad essere indifferente quando c’è troppa sofferenza. E’ che mi piacciono certe persone anziane. Mi piacciono perché sono certa che hanno una vita intera da raccontare. Ed io adoro le storie. Non è distante dai bambini. Solo che le storie che ti raccontano i bambini sono intrise di sogni. Quelle degli anziani in vece hanno radice piantate nella cruda e reale sofferenza. A volte nella disillusione.
Insomma qualche tempo dopo lo trovo a bere, vicino alla fermata. Mi sono detta che forse con i soldi che la gente gli dava, ci si comprava da bere. E non volevo. Così quando esco la sera, prendo il rosso e gli dò dei biscotti. O qualcos’altro da mangiare.
All’inizio mi fece una faccia scettica e mi disse: “guarda è meglio se magari mi dai una moneta… quello che hai va bene”… “io questi biscotti” gli dissi “e ti assicuro che sono buonissimi, tieni assaggia” ne mangia uno ammusato e poi dice “Hai ragione, non sono niente male, ragazza”. Così di tanto in tanto ha qualcosa da sgranocchiare mentre aspetta.
Mi domando da dove viene.
Come si chiama.
Se ha una persona che gli vuole bene. Dei figli.
Se forse era un famoso giocatore d’azzardo. Chi lo sà.
Resto convinta che la chiave del mistero risiede in quello che stava leggendo.
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